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Scienza e Politica in Italia: un dialogo impossibile?

Ivan Berdini 23 Gennaio 2018 6 minuti letti
ScienzaePolitica

Siamo in piena campagna elettorale, lo sappiamo tutti, e quindi vorrei aprire questo editoriale con un piccolo esperimento: pensate a quante volte avete sentito un politico in campagna elettorale parlare di scienza. Prendiamoci un attimo per pensarci prima di continuare.

Locandina dell’evento organizzato dal think tank Trinità dei Monti a Roma, il 18 gennaio scorso

L’unico argomento scientifico che riesco a trovare io in questa campagna riguarda le vaccinazioni pediatriche, che sono state nominate con modi e scopi decisamente sbagliati. Non è mia intenzione fare nomi, però mi permetto di dire che promettere di eliminare l’obbligatorietà è da irresponsabili.

E non era molto diverso in passato, sono decenni che Scienza e Politica hanno un rapporto pessimo.

A questo proposito è stato organizzato un incontro il 18 gennaio a Roma proprio per discutere il rapporto tra scienza e politica in Italia, incontro che ho avuto l’onore di seguire.

Scienza e Politica, un dialogo difficile ma indispensabile nella società odierna

Il panel è stato organizzato dal think tank Trinità dei Monti ed è stato ospitato in una sala della sede centrale del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), a Roma. Sono stati invitati la senatrice a vita Elena Cattaneo, l’ambasciatore Gabriele Checchia (ambasciatore d’Italia presso la NATO e l’OCSE), l’ambiasciatore Ken O’Flaherty, viceambasciatore del Regno Unito in Italia, e il dr. Pierluigi Testa, presidente e fondatore del think tank. L’incontro è stato moderato dalla dr.ssa Mirella Orsi, biotecnologa e divulgatrice scientifica tra Italia e Regno Unito.

Il punto di vista della scienza era rappresentanto dalla senatrice Cattaneo, farmacologa e biologa, la quale di fatto è l’unica voce che attualmente rappresenta la Scienza in Parlamento, ma sono certo che la sua fama la preceda. I due ambasciatori invece hanno portato una testimonianza di come sia il rapporto tra Scienza e Politica all’estero, in particolare nel Regno Unito.

Il rapporto dell’Italia con la Scienza

Purtroppo il quadro che è uscito dall’incontro è desolante e deprimente. Rispetto alla gran parte delle nazioni europee, il nostro paese sembra aver rinunciato a interessarsi alla scienza e a tutto ciò che ne deriva. Mi rendo conto che questa affermazione possa suonare assurda.

Da sinistra: l’ambiasciatore Ken O’Flaherty, la senatrice a vita Elena Cattaneo, il d. Pierluigi Testa, la dr.ssa Mirella Orsi e l’ambasciatore Gabriele Checchia.

Eppure tanto assurda non è, dato che stiamo rinunciando a tutte le nostre eccellenze da molto tempo ormai. Un ottimo esempio l’ha portato l’ambasciatore Checchia citando il famoso referendum del 1987, quello con cui gli italiani hanno scelto di abbandonare la tecnologia nucleare. Prima di allora il nostro paese era all’avanguardia in quel campo della ricerca, ma tutto il capitale umano e tecnologico, costruito faticosamente negli anni, è stato cancellato con una “X” su una scheda apposta sull’ondata emotiva dell’incidente nucleare di Černobyl’ del 1986. Quindi trentadue anni fa abbiamo rinunciato per motivi politici a una nostra eccellenza, che è stata solo la prima di una lunga serie.

Da allora si sono susseguiti governi di ogni colore politico, che hanno sistematicamente tagliato le risorse alla ricerca e imposto divieti senza senso.

I problemi della Scienza in Italia

L’intervento della senatrice Cattaneo è stato illuminante per comprendere quali problemi affliggano la ricerca nel nostro paese. Il primo fra tutti è la frammentarietà e discontinuità. Sembra assurdo, ma in Italia non esiste un’agenzia nazionale che coordini la ricerca, ma solo tanti enti pubblici e privati spesso in competizione tra loro. Manca proprio la visione d’insieme che permetta di analizzare, coordinare e indirizzare gli sforzi in un’unica direzione, ottimizzando le risorse a disposizione per produrre risultati utili all’intera comunità.

Spesso invece si smette di finanziare i progetti di ricerca, con il risultato di costringere i ricercatori a emigrare all’estero per poter completare il proprio lavoro, portando via con sé le competenze accumulate che vanno poi a arricchire qualcun altro.

Ci sono anche problemi di tipo burocratico, per esempio i bandi di selezione dei ricercatori hanno assurdi paletti che permettono di partecipare solo a persone che lavorano per un certo tipo di enti. Per esempio un bando può essere aperto agli universitari, ma non a coloro che lavorano per un ente pubblico diverso da un’università, anche se magari i due ricercatori studiano la stessa cosa e sono di fatto colleghi. Distinzioni di questo tipo sono del tutto artificiali e prive di qualunque utilità pratica.

Naturalmente anche il mondo della Scienza ha le sue colpe, perché per troppo tempo si è chiuso in sé stesso e ha rinunciato a comunicare all’esterno l’importanza del proprio lavoro. È logico che in questo modo gli italiani abbiamo smesso di interessarsi alla Scienza e anzi abbiano iniziato a considerarla di secondaria importanza, se non proprio uno spreco di soldi.

Perché, come ha detto la senatrice Cattaneo, il Parlamento è lo specchio della società che lo elegge, non un gruppo di persone arrivate da chissà dove: se gli italiani considerano la scienza secondaria, il Parlamento da loro eletto farà esattamente la stessa cosa.

Il confronto con l’estero

L’estero è stato rappresentato solo dal Regno Unito, ma dal confronto l’Italia ne è uscita con le ossa rotte. In UK esiste un organo di indirizzo nazionale della ricerca, che permette di ottimizzare gli sforzi del paese senza disperdere energie e risorse preziose. Ma non basta, perché il Parlamento e il Governo britannici hanno delle figure di riferimento specifiche che trattano i rapporti con la Scienza, dei consulenti capaci di far capire ai politici l’importanza del lavoro svolto dagli scienziati e il fatto che il denaro dei contribuenti è stato speso per qualcosa di importante che poi porterà un valore a tutta la comunità.

Per concludere…

In definitiva, è chiaro che dall’estero abbiamo molto da imparare per quanto riguarda i rapporti tra Scienza e Politica. Come ha detto la senatrice Cattaneo, la Scienza ha lo scopo di produrre conoscenza che ha un grande valore economico e sociale. Il problema è che il valore non sempre è visibile sul momento, ma a volte possono servire anni per capire il vero potenziale di una nuova scoperta.

Naturalmente un solo incontro di due ore è servito appena a scalfire la superfice di un problema gigantesco e antico, ma è molto importante che se ne cominci a parlare perché ormai abbiamo raggiunto il livello di guardia. Superare l’impossibilità comunicativa tra Scienza e Politica è difficile ma non impossibile, e molti paesi esteri stanno lì a dimostrarcelo. Risolvere questo problema sarà certamente uno sforzo titanico, ma tutti avremmo da guadagnarci: il futuro non aspetta chi si ferma a guardare e non possiamo permetterci di perdere questo treno, pena l’oblio dalla storia e la perdita del nostro stile di vita.

Nota: questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Minerva – Associazione di Divulgazione Scientifica ed è pubblicato anche sul loro sito.

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Ivan Berdini

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