Che cosa diede inizio all’evoluzione umana?

Noi, Homo sapiens, e le scimmie del genere Pan fino a circa 6 milioni eravamo una cosa sola, un’unica specie. Poi accadde qualcosa che separò la popolazione in due parti, una delle quali iniziò un cammino evolutivo che la portò fino a noi. Ma quale avvenimento poté operare una simile separazione?

Foto satellitare di una parte della Rift Valley africana (By SeaWiFS Project, NASA/Goddard Space Flight Center, and ORBIMAGE – , Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=338980)

Un continente che si frattura

La nostra storia inizia circa 6 milioni di anni fa, quando l’apertura della Great Rift Valley in Africa ha iniziato a farsi palese. Si tratta di una spaccatura di natura tettonica che separa l’africa orientale da quella occidentale, impendendo di fatto ai venti umidi provenienti dall’Atlantico di portare pioggia in Kenya, Etiopia, Tanzania, Somalia e altre nazioni dell’area. Ciò ha provocato un massiccio cambiamento del bioma, che è passato dalla foresta pluviale alla savana.

Schema della Great Rift Valley
Schema della Great Rift Valley (By USGS – http://pubs.usgs.gov/gip/dynamic/East_Africa.html, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37695246)

Se avessimo visitato quelle foreste prima del mutamento ambientale avremmo trovato una scimmia antropomorfa la quale era l’antenato comune che condividiamo con gli scimpanzé (Pan paniscus e Pan troglodytes). Guarda caso l’orologio molecolare conferma che le nostre strade si sono separate intorno a 6 milioni di anni fa. Quelli rimasti a ovest hanno continuato a evolversi in un ambiente a loro idoneo, la foresta pluviale, in cui era hanno continuato a nutrirsi principalmente di frutti, foglie tenere, insetti e carne procurata mediante battute di caccia organizzate a spese di altri Primati più piccoli. In pochi lo sanno, ma gli scimpanzé sono effettivamente onnivori e cacciatori, sebbene il pubblico pensi erroneamente che si nutrano solo di foglie e frutti. In realtà solo poche specie di primati sono erbivore specializzate come per esempio la Nasalis larvatus, tutte le altre sono onnivore.

In sostanza il lato ovest della Rift è rimasto sostanzialmente stabile dal punto di vista ambientale, cosa che ha permesso all’evoluzione di continuare nella stessa direzione fino a produrre gli odierni scimpanzé, il cui modo di vita non è cambiato molto negli ultimi 6 milioni di anni.

La sorte di chi rimase a est

Le scimmie che invece rimasero a est si ritrovarono bloccate in un ambiente che lentamente stava virando dalla foresta alla savana e che era formato da isole di foresta separate da pianure erbose. In questo ambito si è evoluto il bipedalismo: per passare da un’isola forestale a un’altra, in cerca di cibo, la selezione naturale ha premiato chi era capace di percorrere lunghi tratti sugli arti posteriori in modo da avere maggiori probabilità di avvistare in tempo i predatori. Tutto questo finché, circa 3 milioni di anni fa, l’inaridimento non ha provocato la totale scomparsa delle foreste, sostitute da una savana sconfinata: una piana erbosa priva quasi del tutto di alberi, con i pochi presenti notevolmente spinosi e difficili da mangiare. Il bipedalismo ha inoltre fatto perdere agli altri toracici (le braccia) la loro funzione locomotoria, cosa che ha permesso alle mani di acquisire una nuova funzione, evolvendosi in strumenti dedicati alla sola manipolazione precisa degli oggetti.

Tipica savana della Tanzania (Di L’utente che ha caricato in origine il file è stato Eiena di Wikipedia in italiano – Trasferito da it.wikipedia su Commons., GFDL, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48280304)

In un ambiente del genere non c’è nulla di ciò che le scimmie mangiavano nelle foreste pluviali: niente foglie tenere, niente frutti, ma solo erba coriacea, alberi spinosi e animali. Inevitabilmente quindi i nostri antenati si ritrovarono davanti a una scelta che avrebbe avuto grandi conseguenze sul piano evolutivo. Qui infatti la linea evolutiva si divise in due: dall’Australopithecus si originarono due nuovi generi, prodotti da due diverse scelte di vita che ne condizionarono irrimediabilmente l’evoluzione.

Paranthropus

Cranio di parantropo (Di Durova – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3181421)

Gli esemplari appartenenti a questo genere hanno ossa e denti massicci, con grandi muscoli masseteri che permettevano loro di masticare con forza ed efficianza. Si erano specializzati nel consumare i vegetali coriacei delle savane, come testimoniato dalla loro morfologia ossea massiccia e resistente.

early-Homo

Caratterizzati da denti piccoli e ossa sottili, questi invece si specializzarono nello sfruttare un’altra risorsa abbondante nelle savane e anche molto nutriente: carne. Per la precisione, le carni appartenenti alle carcasse abbandonate dai grandi predatori (come leoni o leopardi) dopo essersi saziati, che contenevano ancora grandi quantità di carne. In pratica inziarono a comportarsi da spazzini come le iene. Ciò è dimostrato dalla caratteristica tipica delle sole specie del genere Homo: la capacità di produrre strumenti in pietra.

Tipico bifacciale (Di Didier Descouens – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10950644)

Questi strumenti (che sono aumentati in complessità nel corso dell’evoluzione) erano usati per rimuovere la carne dalle ossa e abbiamo prove incunfutabili di questo: migliaia e migliaia di ossa di animali fossilizzate e con segni inequivocabilmente provocati da strumenti di questo tipo. Indubbiamente una quanità maggiore di carni nella dieta dei nostri antenati ha anche controbuito direttamente alla nostra evoluzione, fornendo una quantità maggiore di energia e di amminoacidi rispetto alla dieta tipica degli scimpanzé, cosa che ha certamente contribuito allo sviluppo di un grande cervello come quello umano. Inoltre il maggior consumo di carne è stato anche dimostrato osservando le tracce di usura dei denti, infatti ogni tipo di alimento lascia sui denti dei segni microscopici caratteristici e i palentologi possono ricostruire la dieta di una specie fossile mediante la loro osservazione.

Si parla genericamente di “early-Homo” per indicare queste antiche forme di umanità perché non c’è ancora un accordo tra i paleoantropologi per quanto riguarda il numero di specie attribuibili al genere Homo che risalgono a quel periodo. Infatti si possono trovare forme “gracili” e forme “robuste” caratterizzate da ossa craniche maggiormente spesse ma comunque differenti da quelle dei parantropi e chiaramente affini alle forme “gracili”. Secondo alcuni si tratta di due specie differenti, per l’esattezza la forma “gracile” è chiamata Homo habilis e quella robusta Homo rudolphensis, per altri invece si tratta della stessa specie: le forme “gracili” erano le femmine mentre quelle “robuste” erano maschi. Finché la controversia non sarà risolta dalla scoperta di nuovi reperti, i paleoantropologi preferiscono indicare queste forme all’interno della definizione informale di “early-Homo“, evitando i binomi linneani ufficiali delle specie.

Quindi, in definitiva, la nostra specie esiste grazie a un enorme mutamento ambientale che costrinse i nostri antenati ad adattarsi, spianando al strada agli adattamenti successivi che poi hanno portato allo sviluppo dell’Homo sapiens. Possiamo dire che la nostra specie esiste grazie alla Rift Valley africana e alla tettonica a placche, lo stesso fenomeno che causa terremoti ed eruzioni vulcaniche. Si tratta di un esempio quasi da manuale di un fenomeno chiamato speciazione allopatrica, che approfondiremo prossimamente insieme all’evoluzione e agli altri tipi di speciazione.

In caso vogliate approfondire consiglio “Il Grande Racconto dell’Evoluzione Umana” di Giorgio Manzi, professore di antropologia presso l’Università di Roma “La Sapienza” che conosco personalmente in quanto ho seguito uno dei suoi corsi e sostenuto il relativo esame durante la mia laurea magistrale. E’ anche molto abile nel campo della divulgazione, infatti i suoi libri si leggono con piacere e non sono dedicati solo agli specialisti della paleoantropologia ma sono adatti a chiunque sia interessato ad approfondire la storia della nostra evoluzione.

Ivan Berdini

Zoologo e appassionato di fotografia