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Che cos’è la biodiversità?

Ivan Berdini 18 Marzo 2016 6 minuti letti
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Viviamo in un’epoca in cui siamo abituati a sentire la parola “biodiversità” praticamente ovunque. Ne sono pieni i media, internet, i discorsi politici, le conversazioni della gente… insomma è ovunque. Ma esattamente che cos’è la biodiversità?

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Sorprendentemente quasi nessuno sa rispondere a questa domanda, nonostante il termine sia così diffuso. In effetti la definizione esatta non è proprio semplice e intuitiva.

La definizione di biodiversità

Secondo l’enciclopedia Treccani la definizione di biodiversità è la seguente:

Ogni tipo di variabilità tra gli organismi viventi, compresi, tra gli altri, gli ecosistemi terrestri, marini e altri acquatici e i complessi ecologici di cui essi sono parte; essa comprende la diversità entro specie, tra specie e tra ecosistemi.

In pratica la biodiversità indica tutta la ricchezza della vita presente sulla Terra, in tutte le sue forme. La vita sulla Terra è “diversa” perché esiste in tantissime forme diverse: batteri, animali, piante, alghe, protozoi, funghi… qualunque forma di vita vi venga in mente. Ma non si parla solo di numero di specie, ma anche della diversità genetica all’interno di esse. Infatti in ogni specie esistono differenti popolazioni che sono portatrici di differenti caratteristiche genetiche, un ottimo esempio siamo prioprio noi: all’interno di Homo sapiens ci sono geni che codificano diversi colori degli occhi, diversi colori dei capelli, differenti sfumature di colore per la pelle, diverse forme del naso, ecc. Questa è la diversità genetica: l’insieme delle diverse “versioni” di uno stesso gene, che sono chiamate alleli. Per qualunque altra specie è la stessa cosa, basti pensare per esempio ai leoni che presentano raramente anche un mantello di colore bianco, che non è una condizione patologica come l’albinismo ma proprio una rara caratteristica genetica.

La biodiversità dipende dal bioma

Non tutti gli ambienti hanno la stessa biodiversità, infatti essa è massima nelle foreste pluviali tropicali e tende a calare spostandosi dall’equatore verso i poli. Questo significa che il numero di specie presenti in un chilometro quadrato di foresta pluviale è decine di volte quello delle specie presenti in un chilometro quadrato di tundra artica. Il motivo è facilmente intuibile: le foreste pluviali sono calde e umide, quindi presentano le condizioni ambintali ideali al sostentamento di migliaia di specie diferse; luoghi come le calotte polari o i deserti invece sono catatterizzati da un numero di especie molto più esiguo perché le condizioni ambientali molto più estreme (temperature e aridità) permettono la sopravvivenza solo alle specie molto specializzate.

L’importanza della biodiversità

La diversità genetica è alla base dell’evoluzione, infatti le diverse caratteristiche genetiche vengono “selezionate” dai cambiamenti delle condizioni ambientali che vengono chiamati pressioni selettive. Gli individui portatori dei geni più adatti possono produrre un maggior numero di discendenti rispetto agli altri e quindi prevalere sul resto della popolazione nel corso del tempo. Per capire cosa intendo pensiamo sempre al nostro leone bianco: un leone classico ha il manto di colore “giallino”, che è perfetto per mimetizzarsi tra l’erba alta tipica delle savane africane; un leone bianco non potrebbe mimetizzarsi perché risalterebbe come una macchia bianca nella savana, col risultato di non poter cacciare. Ecco perché i leoni bianchi sono così pochi in natura: di solito muoiono di fame perché non possono cacciare a sufficienza, tuttavia non svaniscono del tutto perché alcuni leoni “gialli” sono portatori dei geni del mantello bianco. Ipotizzando per assurdo che l’erba diventi improvvisamente bianca, i leoni bianchi sarebbero favoriti rispetto a quelli gialli e il loro numero aumenterebbe fino a soppiantarli del tutto nel corso dei secoli. Questo fenomeno è chiamato microevoluzione.

La perdita di diversità genetica è un problema enorme, soprattutto nel caso di specie a rischio di estinzione e quindi caratterizzate da un esiguo numero di esemplari, che rischiano di perdere le caratteristiche genetiche che permettono loro di sopravvivere alle pressioni selettive dell’ambiente. Una specie inadatta al suo ambiente è destinata inevitabilmente all’estinzione.

La biodiversità è anche un indicatore della qualità ambientale. Maggiore è il numero di specie presenti in un area (sempre in base al bioma di riferimento) e migliore è lo stato di conservazione di un ecosistema, infatti nelle aree molto disturbate dalle attività antropiche (come potrebbe essere un’area urbana) riescono a sopravvivere solo specie particolarmente adattabili e/o resistenti, che riescono a prosperare in molti ambienti diversi o che si sono ritagliate delle nicche specifiche all’ombra della nostra società. Non tutte le specie sono capaci di adattarsi a un ambiente disturbato perché alcune hanno una scarsa tolleranza alle variazioni ambietali e per sopravvivere necessitano di condizioni ben precise.

Un ambiente sano, che contiene ecosistemi sani, è fondamentale per la nostra stessa sopravviveza. In pochi se ne rendono conto, ma noi siamo parte della biodiversità e dipendiamo da essa per tutto. Per spiegare questo fatto è stato coniato il concetto di servizio ecosistemico: i servizi ecosistemici sono tutti i benefici che le società umane traggono dagli ecosistemi. In effetti è un’idea piuttusto antropocentrica, ma si è rivelata utilissima per far capire all’opinione pubblica (soprattutto a economisti e politici) che la salvaguardia degli ecosistemi (e quindi della biodiversità) è fondamentale perché non possiamo sopravvivere senza. Pensateci un attimo: noi dipendiamo dagli ecosistemi per il cibo, l’acqua, l’aria, il legname, i combustibili (quelli fossili contengono energia fissata da ecosistemi di milioni di anni fa), la stabilità del clima di una regione e tanto altro. In pratica qualunque attività vi venga in mente è possibile grazie agli ecosistemi e alla biodiversità (più o meno indirettamente).

Dato che l’ambiente è un sistema estremamente complesso, la perdita anche di una sola specie può provocare danni catastrofici come quelli che si possono verificare quando si estingue una specie chiave. Un ottimo esempio sono gli insetti impollinatori: la perdita di una sola specie di impolliantori provocherebbe l’estinzione a catena delle piante che facevano affidamento su di essa per potersi riprodurre. Anche l’introduzione di una specie esotica, cioè originaria di un’altra area geografica, è catastrofica perché può entrare in competizione che le specie locali fino a sconvolgerne le popolazioni e portarle anche all’estinzione. Un ottimo esempio è lo scoiattolo grigio Sciurus carolinensis, originario del Nord America, che sta portando all’estinzione il nostrano Sciurus vulgaris.

Per concludere possiamo dire la biodiversità deve essere protetta perché ne facciamo parte e dipendiamo da essa. Certo, poi ci sono anche svariate altre ragioni di tipo scientifico e filosofico, ma credo che la nostra sopravvivenza sia la più importante ed è anche la più immediata e facile da capire per l’opinione pubblica.

P.S. in questo articolo ho espresso molti concetti di ecologia e di biologia in forma estremamente semplificata. Abbiate pazienza: servirebbe un’intera biblioteca per approfondire come si deve la questione!

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Ivan Berdini

Administrator

Zoologo e appassionato di fotografia. Sviluppatore per necessità

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